Di recente, sono stato contattato da Radio News 24 per una videointervista sulla traduzione che andrà in onda in differita nelle prossime settimane. Oltre a sentirmi ovviamente lusingato, mi sono presto ritrovato a riflettere sulla mia professione. Non avendo mai fatto un’intervista, ho cercato di anticipare le possibili domande per limitare l’emozione che, ahimè, temevo avrebbe bussato al mio cervello quella mattina. Sebbene come traduttore passi la maggior parte della mia giornata lavorativa davanti a uno schermo (in realtà, due) e le parole siano il mio pane quotidiano, mi capita di perderle all’improvviso quando esco dalla mia tana e mi ritrovo davanti a un pubblico (reale o virtuale che sia). Ne è nata, così, un’intervista immaginaria che, per questioni di tempo, non ha trovato spazio nella registrazione, ma che ho deciso di pubblicare nel blog perché spiega il motivo per cui il mio lavoro non smette di emozionarmi e non lo lascerò mai fare a una macchina.

Intervistatrice: «Parlaci della tua attività: di cosa ti occupi?»

Io: «La versione breve è: “faccio il traduttore”. E di solito la domanda che mi fanno è: “nel senso che ti pagano per farlo?”. Fortunatamente, sì. La realtà, purtroppo, è che molte persone faticano a identificarlo come un vero lavoro, perché lo associano a un’attività che non richiede molte competenze, oltre alla conoscenza delle lingue. È per questo che molti si affidano a sistemi di traduzione automatica, come Google Traduttore e DeepL, o al cugino che ha studiato inglese alle medie. Queste soluzioni possono andare bene per capire un testo a grandi linee, ma possono essere rischiose se lo scopo è sostituire un professionista. Pensiamo, ad esempio, alle conseguenze legali di un contratto o perfino a quelle economiche di un sito commerciale: un unico slogan di poche parole tradotto male potrebbe “tradursi” per una grossa azienda in una perdita di fatturato di milioni di euro.

«Lo studio è sicuramente fondamentale in questo lavoro: ho completato il corso di laurea per Traduttori e Interpreti e un master in Studi di Traduzione all’Università di Warwick. Ma le ossa te le fai sul campo, dove impari a usare gli strumenti di lavoro, negoziare con le agenzie di traduzione e risolvere ogni tipo di problema informatico. Bisogna inoltre avere una predisposizione all’ascolto per capire cosa serve al cliente, uno spirito proattivo per prevenire qualsiasi problema e una certa creatività per riscrivere il messaggio e farlo funzionare in una lingua e una cultura diverse. Quindi, non basta aver studiato una lingua e aver comprato un dizionario per essere un traduttore proprio come non basta strimpellare la chitarra e saper leggere un pentagramma per definirsi un musicista.»

Intervistatrice: «Perché la traduzione automatica non può essere paragonata a quella umana?»

Io: «Nonostante i miei post divertenti sui fallimenti della traduzione automatica e la mia convinzione che non possa sostituire la creatività umana, confesso che mi ritrovo spesso a immaginare un futuro in cui l’intelligenza artificiale ci renderà tutti obsoleti. Ma la mia opinione è che niente potrà pensare per noi.

«Come ha scritto il filosofo Luciano Floridi, viviamo ormai in un mondo in cui i sistemi basati sull’IA svolgono sempre più attività al nostro posto. Soprattutto nel mondo del lavoro, dove siamo spesso affiancati o addirittura rimpiazzati da app, robot e soluzioni smart che arrivano a occuparsi di attività un tempo svolte solo dagli essere umani: tradurre, refertare esami o addirittura guidare auto. Ci sentiamo quasi in competizione, ma la verità è che l’IA è un vero e proprio ossimoro. Non è che abbia successo perché è davvero in grado di ragionare. Al contrario: ha successo perché abbiamo demandato a una macchina un’attività e le abbiamo detto come svolgerla nel modo più efficiente e senza alcuna intelligenza. Se, ad esempio, un testo lo traduco io, devo farlo con una certa intelligenza; ma se lo fa un traduttore automatico, l’intelligenza non serve, perché è stato istruito su come procedere senza farsi domande.»

Intervistatrice: «Come fa l’intelligenza artificiale a funzionare senza intelligenza?»

Io: «Anche se gli strumenti di traduzione automatica basati sull’IA hanno visto un enorme progresso negli ultimi anni, non funzionano traducendo parola per parola dal dizionario né basandosi su una reale comprensione della grammatica. Per istruirli in questo senso, bisognerebbe spiegare al software come funziona una lingua. Ma le lingue non sono sistemi matematici statici, bensì organismi vivi e dinamici, e una regola che vale in un contesto può non valere in un altro. Dunque, risulta impossibile elencare tutte le regole grammaticali, con le loro eccezioni, e istruire il sistema su come applicarle.

«Qui entra in gioco l’apprendimento automatico: il software viene addestrato con numerose traduzioni in modo che, da queste combinazioni, “impari” come funziona una lingua e tenti di fornire la traduzione corretta di una frase mai incontrata prima. Programmi del genere si basano su almeno 3 reti neurali (denominate così perché simulano il funzionamento di un vero cervello): una, chiamata “codificatore”, converte una frase in numeri in modo che il computer possa leggerla; un’altra, chiamata “decodificatore”, converte il codice numerico nelle parole di un’altra lingua; la terza è un “meccanismo di attenzione” finalizzato a riconoscere l’importanza delle parole in base alla loro posizione in una determinata sequenza. Ecco, in versione semplificata, com’è fatto un sistema di traduzione automatica.»

Intervistatrice: «Se questi sistemi sono capaci di apprendere, allora l’IA rappresenta una minaccia per i traduttori?»

Io: «Un sistema simile funziona solo se ha un’enorme mole di dati a disposizione, ovvero milioni di frasi già tradotte, dietro ognuna delle quali c’è sempre un essere umano: il traduttore. Gli strumenti di traduzione automatica “imparano” quindi il lavoro direttamente dai traduttori. Per ironia della sorte, è proprio grazie ai traduttori che il loro stesso lavoro potrebbe essere a rischio.

«La verità di fondo, però, resta che questi strumenti possono solo elaborare, ma non capire. Quando sentiamo parlare di “intelligenza artificiale”, ne deduciamo quasi inconsciamente che questi programmi possono davvero “pensare”. Ma in realtà non è affatto così: si tratta solo di modelli che si limitano a calcolare quale possa essere la traduzione più idonea. Non sono in grado di sentire il respiro di un testo, cogliere un doppio senso o giocare con l’intelligenza del lettore. Questi software basati sull’IA possono andare bene per ricavare una versione approssimativa di un documento, soprattutto in certi campi con testi schematizzati, come i contratti o i manuali d’uso. I traduttori umani, dunque, restano insostituibili, soprattutto per i testi che presuppongono una certa creatività. L’IA non rappresenta una minaccia proprio perché non c’è paragone! Per rispondere, dunque, alla tua domanda prendendo in prestito un pensiero di Arle Richard Lommel, le macchine rimpiazzeranno solo quegli esseri umani che traducono come le macchine.»

Intervistatrice: «Quindi la chiave è la creatività?»

Io: «Esattamente! Credo infatti che la creatività sia la capacità di riuscire a vedere qualcosa che ancora non esiste – e poi realizzarla. Se leggo uno slogan, ne capisco il senso e lo rielaboro con parole nuove riscrivendolo da zero per farlo funzionare in un contesto culturale diverso, ne ho creato uno inedito. Questo lavoro presuppone infatti una grande capacità di ascolto per capire a fondo le esigenze del cliente e personalizzare i tuoi servizi di conseguenza in modo da offrirgli un’esperienza su misura. Ecco: una macchina non ha questa capacità, perché si limita a esaminare il testo confrontandolo con ciò che già conosce, senza riuscire a immaginarlo in modo originale e a dare vita a qualcosa di completamente nuovo. Il motivo per cui l’intelligenza artificiale non riuscirà mai a sostituire un essere pensante è esattamente ciò che ci differenzia da un computer: manca di creatività, cioè la capacità di immaginare qualcosa e crearla.»

Intervistatrice: «Quali tendenze vedi nel tuo lavoro ultimamente?»

Io: «Sicuramente le crescenti richieste di MTPE, un acronimo che sta per Machine Translation Post-Editing. In parole povere, mi chiedono di revisionare i testi tradotti automaticamente. Una tendenza che, com’è facile intuire, deriva direttamente dall’applicazione indistinta e impropria dell’IA. Le agenzie di traduzione fungono più o meno da intermediarie per le grosse aziende. Queste ultime, infatti, hanno spesso bisogno di avere testi localizzati in più lingue contemporaneamente, il che include varie altre figure professionali, tra cui revisori interni ed esterni, tecnici informatici, specialisti che si occupano di grafica, impaginazione e controllo di qualità – tutta una catena di servizi che il singolo traduttore non può fornire da solo. Un tempo, le agenzie ricevevano i testi, contattavano il traduttore di fiducia e gli affidavano il progetto. Oggi puntano invece al risparmio: danno i testi in pasto all’intelligenza artificiale e poi cercano un traduttore qualsiasi in grado di riscriverli in un linguaggio più fluido e naturale, smussando le parti più spigolose e lucidando quelle più oscure e incomprensibili.

«Però, attenzione: il risparmio in questi casi è unilaterale, nel senso che le agenzie spesso puntano a ridurre solamente il guadagno dei collaboratori, abbattendo a monte i costi con l’IA e ricompensando i traduttori con una manciata di centesimi a parola, nonostante si ritrovino per ovvie ragioni a riscrivere completamente il testo. Tutto questo nella speranza di ottenere lo stesso risultato, da rivendere poi ai propri clienti allo stesso costo che avrebbero preteso un tempo. Per usare un’analogia, immaginiamo un grande chef di un ristorante stellato che, per tagliare i costi e moltiplicare i guadagni, compra pasti precotti sottomarca e li affida alla brigata di cucina pretendendo che li trasformi in piatti unici di prima qualità da servire ai clienti. Viste le materie prime, purtroppo, il risultato non potrà mai essere all’altezza delle aspettative e a pagarne lo scotto saranno sempre gli avventori!

«Se da una parte prima si puntava alla qualità a tutti i costi, dunque, con l’aumento di queste richieste di MTPE le agenzie adesso puntano allo stesso costo per qualsiasi qualità. Inutile dire che mi rifiuto di contribuire a una simile pratica – e questo non soltanto per la mancanza d’intelligenza intrinseca all’IA, ma soprattutto perché non rientra tra i miei valori professionali.»

Intervistatrice: «In conclusione, qual è la più grande soddisfazione che trai da questo lavoro?»

Io: «Sentirmi dire dal cliente che si sente compreso. Tutti abbiamo bisogno di comprensione. La lingua in sé è uno strumento espressivo che serve esattamente a farci capire. E quando il cliente ti ringrazia perché si sente capito e ha la sicurezza che anche i suoi clienti lo capiranno, allora senti che è soddisfatto e puoi ritenerti soddisfatto anche tu, perché sai che hai contribuito al suo successo. Lo hai accompagnato fino al traguardo e lo avete tagliato insieme. Quindi quel successo è anche il tuo, perché avete vinto entrambi. Un’emozione indescrivibile che una macchina non potrà mai provare!»

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